Vai ai contenuti

www.richardfrancisburtonnellakaaba.com



 
 Nell’autunno del 1852 ho offerto i miei servigi alla Royal Geographical Society per cancellare l’obbrobrio che la grande macchia bianca corrispondente sulle nostre mappe alle regioni centrali e orientali dell’Arabia rappresentava per l’esplorazione moderna. Era mia intenzione attraversare la grande penisola arabica in linea retta da Medina a Mascat o in diagonale dalla Mecca a Makallat, sull’Oceano Indiano. Il lettore troverà descritte in questo libro le circostanze avverse che fecero fallire il mio piano.
  Stanco del ‘progresso’ e della ‘civilizzazione’, curioso di vedere coi miei occhi la vita dei Musulmani in un paese maomettano - quella vita che altri si accontentano di conoscere con gli orecchi, attraverso il racconto - desideroso di mettere piede in quell’angolo di mondo misterioso, che nessun viaggiatore aveva mai descritto, rilevato, disegnato o fotografato prima, ho deciso di riesumare il mio vecchio travestimento da persiano vagabondo, da derviscio, e di partire.
   Ho dato il titolo di Narrazione personale a questo resoconto del mio viaggio estivo attraverso Al-Hijaz, perché sono le cose relative all’individuo che interessano l’umanità. Fra i lettori che non seguiranno il mio esempio, vi sarà una percentuale di curiosi interessati a sapere in quale modo io sia riuscito a trasformarmi di colpo in un Levantino e ad apparire come tale sulla scena orientale. Fra gli avventurieri che seguiranno il mio esempio, vi sarà una parte che troverà utile il mio racconto e per questo motivo non sento il bisogno di scusarmi se la mia narrazione potrà apparire egocentrica.


Un impostore alla Mecca
Francesco Medici, 21 dicembre 2009. 13:56

L'Islam e noi. Il celebre racconto di Richard F. Burton, primo e forse unico occidentale non convertito a visitare il cuore dell'Islam, esce finalmente la traduzione italiana dopo più di 150 anni. Un classico della letteratura di viaggio dell' 800 riscoperto da Graziella Martina.

Cinque sono i pilastri (arkān al-Islām) sui quali si fonda la pratica religiosa di un musulmano: la testimonianza di fede (šahāda), la preghiera (ṣalāt), l'elemosina (zakāt), il digiuno (ṣawm) nel mese di ramaḍān e infine il pellegrinaggio alla Mecca (hağğ), fino alla Ka‘bah, la casa di Dio. Quest'ultimo deve essere compiuto almeno una volta nella vita – per chi ne abbia i mezzi e sia in buona salute – durante il nono e ultimo mese del calendario lunare islamico (dhū l-ḥiğğa).

Il 3 aprile 1853 (1269 dell'Egira), un trentenne solitario dal capo rasato, la barba finta e un «vecchio travestimento da persiano vagabondo» che nasconde un pugnale e un paio di pistole, si imbarca a Southampton su un battello a vapore diretto in Egitto. Di lì, mutando diverse identità nomade derviscio con conoscenze di magia e di medicina («nel mondo musulmano commenta ironico – è un vagabondo privilegiato, autorizzato a ignorare la gentilezza e il saper vivere perché non appartiene più a questo mondo»), «principe persiano», pellegrino turco, pastun («paṭhān») nato in India da genitori afgani (per poter giustificare eventuali difetti di pronuncia) – e cambiando più volte nome Bismi Llāh-Šah (Re nel nome di Dio), Mīrzā ‘Abd Allah alias Šayh ‘Abd Allāh (Servo di Dio) – continua il suo viaggio fino a Medina e alla Mecca, le città più sacre dell'Islām, seguendo l'antica rotta carovaniera nel deserto, tra innumerevoli imprevisti, pericoli, avventure, e annotando di nascosto nei suoi taccuini tutto ciò che vede. Quell'uomo dai mille volti è il tenente Richard Francis Burton, nato da una famiglia di ascendenze inglesi, francesi e irlandesi, traduttore, orientalista, scrittore, etnologo, linguista, poeta, diplomatico britannico, in grado di comprendere e parlare una trentina di lingue (europee, asiatiche, africane, fra le quali anche numerosi dialetti, tra cui il napoletano).

Il resoconto di quel viaggio, probabilmente l'unico dettagliatamente documentato da parte di un occidentale non convertito, divenuto un classico letterario nel suo genere, viene pubblicato tra il 1855 e il 1856 a Londra, con il titolo Personal Narrative of a Pilgrimage to Al-Madinah and Meccah, mai tradotto in Italia fino a oggi. La recentissima versione italiana, Viaggio a Medina e a La Mecca, è una riduzione dell'imponente opera originale (che era peraltro arricchita da un suggestivo apparato iconografico), curata da Graziella Martina, che nel 2005 ha anche tradotto e curato L'Oriente islamico, oculata e gustosa selezione di note che corredavano a loro volta la traduzione completa e senza censure, dello stesso Burton, di Le mille e una notte (Alf layla wa- layla), la prima in inglese (Arabian Nights), pubblicata tra il 1885 e il 1868.


Richard Burton compì il suo celebre viaggio verso La Mecca nel 1853, travestito da pellegrino afghano per superare il divieto di ingresso ai non musulmani, narrando l'avventura nel libro Viaggio a Medina e a La Mecca, che offre dettagli etnografici, geografici e religiosi, descrivendo con fascino il pellegrinaggio e la vita nel deserto. Il suo racconto, oggi un classico, è ammirato per la sua capacità di penetrare i fenomeni e le culture, sottolineando il suo interesse per l'Islam, e in particolare per il Sufismo.

Dettagli del Viaggio:

Anno: 1853.
Motivazione: Burton, esploratore e linguista, voleva studiare da vicino le cerimonie islamiche e la città santa, cosa quasi impossibile per un occidentale.
Travestimento: Si finse un derviscio o un pashtun, imparando i rituali e le lingue locali per potersi fondere nella carovana.
Contenuti: Il suo libro descrive il viaggio avventuroso, le usanze degli arabi e dei beduini, e le sue riflessioni sulla natura e la vita nel deserto, vista come più vitale rispetto alla città.
Pubblicazione: Il suo resoconto fu pubblicato in seguito, diventando una testimonianza unica dell'epoca e della sua profonda conoscenza orientale.

In sintesi, il viaggio di Burton fu un'impresa audace e un'importante documentazione culturale, che ancora oggi affascina i lettori.


Il Viaggio di Richard Burton a La Mecca

L'Impresa: Richard Burton, poliglotta e profondo conoscitore delle culture orientali, intraprese il viaggio con il supporto della Royal Geographical Society, con l'obiettivo di mappare e documentare regioni dell'Arabia in gran parte sconosciute agli europei dell'epoca.
Il Travestimento: Per integrarsi e sopravvivere, Burton si immerse completamente nella cultura e nella religione islamica, imparando perfettamente l'arabo e sottoponendosi persino alla circoncisione, necessaria per adottare la sua identità fittizia.
La Narrazione: Documentò meticolosamente l'intera esperienza nel suo celebre libro in due volumi, intitolato Personal Narrative of a Pilgrimage to El-Medinah and Meccah (pubblicato in italiano come Viaggio a Medina e a La Mecca), che gli conferì immediata fama e rimane un'importante opera di antropologia e letteratura di viaggio.
Riti Religiosi: Durante la sua permanenza a La Mecca, Burton partecipò a tutti i rituali del Hajj, inclusa la circumambulazione della Kaaba e il rito della lapidazione del diavolo.

Il suo viaggio fu un'audace impresa di virtuosismo linguistico e culturale che comportò notevoli rischi, rendendolo uno dei pochi non-musulmani a visitare le città sante e a farne ritorno.

Torna ai contenuti